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Milazzo: Amministrative Milazzo 2015 - utile rileggere "Politica come amore" Giorgio La Pira


Politica come amore: Giorgio La Pira 
di Giuseppe Vettori
Si può guardare a Giorgio La Pira come a un esempio unico di impegno morale e intellettuale per un’azione politica concreta a sostegno dei bisogni essenziali e primari della persona..

Non so se sia vero che i luoghi esprimono un genio che tiene i fili delle passioni degli uomini. Certo è che fra le torri e le cattedrali di Firenze scorre, da secoli, un amore forte per la politica che accomuna personalità straordinarie, capaci di segnare il proprio tempo e i destini dell’umanità.
Nessun tratto significativo lega personaggi come Machiavelli, Savonarola, La Pira, Balducci. Nessuna traccia di un semplicistico percorso ideale può ricondurre ad unità ispirazioni ed intenti così diversi. Nessun segnale comune unisce il loro pensiero e le loro azioni. Pure le vicende personali e intellettuali di tutti loro si sono consumate in un raggio di poche centinaia di metri e sono caratterizzate dallo stesso sentimento di profonda appartenenza alla vita pubblica di Firenze e del mondo.
Il Segretario aveva i propri uffici nella facciata di Palazzo Vecchio che guarda verso San Marco e in quel maestoso complesso le finestre di Savonarola avevano di fronte il grande Palazzo Medici. Fra San Marco e Palazzo Vecchio si è svolta tutta l’esperienza straordinaria di La Pira. Dalla cella come unica dimora terrena, al suo studio in dialogo con il mondo sino agli uffici dove governava in modo inedito la città e affrontava con forza il tema nodale della pace. In quello stesso periplo cittadino e in quegli stessi anni si muoveva il giovane Balducci prima dell’esilio romano e della permanenza alla Badia Fiesolana, dove scrutava dall’alto un orizzonte dominato ancora dal palazzo fiorentino del governo e dalla cattedrale del Brunelleschi. 
Se uno spazio e una passione comune non giustifica ancora alcun accostamento qualche osservazione merita un fatto recente. Il ritorno della salma di La Pira nella chiesa di san Marco. Da qui può muovere il mio breve discorso. Con un unico obiettivo. Cogliere il segno di questo ritorno.

La Pira e la doppia conversione.
La nuova presenza del Sindaco nel centro della città è un fatto che non è stato colto ancora per intero e vorrei cercare di spiegare come quel fatto sia invece un motivo per riflettere sull’amore per la politica in un momento di minimo storico di quella percezione.
Compito arduo ma posso giovarmi di un aiuto prezioso in opere da cui attingerò alcuni dati essenziali. Vediamoli da vicino.
Anzitutto la doppia conversione di La Pira. La prima nel recupero della fede cristiana annotata nella Pasqua del 1924 sul libro del Digesto che stava studiando (14). La seconda nell’acquisizione di una dimensione che mutò il suo orizzonte. 
Dalla redazione di saggi rigorosi sul diritto romano a un “punto di vista assolutamente pratico”. Dall’esperienza di membro della prima Commissione della Costituente Repubblicana, tutto teso alla affermazione dei valori della persona, all’attività di sottosegretario al lavoro ove acquisì la consapevolezza della disoccupazione come “una patologia del sistema nazionale e internazionale”. 
Nel discorso di insediamento del Consiglio Comunale dopo la sua elezione a Sindaco emerge il suo programma politico con tre obbiettivi primari: i poveri, lo sviluppo e la pace. 
C’è già tracciato, qui, il nucleo del suo percorso culturale e politico che emerge, come un consuntivo, in un discorso del 1974 alla vigilia della morte: “la coincidenza tra l’asse verticale della contemplazione e quello orizzontale della dinamica messianica ” .
Una contemplazione che non è affatto un rifugio dal mondo ma strumento efficace per governare le cose e il proprio tempo con un’attività che incide sui problemi essenziali e universali dell’uomo. Un amore nutrito da alcuni passaggi nodali. 
La passione per la “scienza del diritto costruita dai giuristi romani dall’età di Aristotele” e la consapevolezza dell’analogia con la “scienza della teologia costruita sempre con metodo aristotelico da Tommaso d’Aquino”. “Le due costruzioni, unite alla geometria di Euclide, sono per La Pira un’eredità che non ha subito nessun logoramento, perché esse costituiscono la struttura universale della ragione, adatta a tutti i tempi e a tutti i popoli.” Con cui affrontare in modi diversi la complessità del proprio tempo.
Nella Rivista “Principi” (1938-1939) “per rivendicare – in diretta opposizione con la teoria hegeliana dello Stato (assunta dal nazismo e dal fascismo) il valore sostanziale della persona umana”. Nella redazione del testo costituzionale dove contribuì a costruire “quei pilastri essenziali dell’ordine sociale che sono gli enti sociali originari (la famiglia, la Chiesa, la città, la regione, il sindacato, i partiti, la nazione, la comunità delle nazioni) entro i quali è organicamente inserita e ordinatamente si sviluppa… la persona umana”. Nella sua attività di Sindaco di Firenze, una città dove la Summa di San Tommaso “è stata rispettata in tutte le strutture della civiltà cittadina”. 
Le tappe di questo cammino sono troppo note. Basta un semplice ricordo per procedere oltre.
Le attese della povera gente, il ruolo delle città e la pace fra i popoli.

La costruzione di un’economia per l’uomo non fu affatto estemporanea ma il frutto di severi studi, di dibattiti serrati, di difese appassionate con interlocutori di primissimo piano. La letteratura sul punto è amplissima e meriterebbe un approfondimento specifico: mi limito a indicare qualche testo essenziale per un approfondimento, affascinante che qui non può essere neppure tentato.
La sua difesa degli ultimi aveva luoghi e modi diversi. 
Dalla Chiesetta di San Procolo ogni domenica mattina, agli interventi diretti che portarono Fanfani a ritirare il passaporto al conte Marinotti dopo i licenziamenti alla Pignone, e gli uffici comunali a requisire alcune ville disabitate durante un’acuta carenza di alloggi. Dal profluvio di lettere telegrammi sollecitazioni a politici e alle massime autorità ecclesiastiche, sino al dialogo politico ed economico con Angelo Costa e don Sturzo che bollarono il “personalismo in funzione attiva di La Pira” come “comunismo bianco” o “statalismo della povera gente”, sino all’accusa, dura a morire, di antesignano di quello Stato assistenziale che ha caratterizzato una fase della nostra storia.
Emerge in questo periodo una statura di cristiano integrale e di vero statista che rivendica la propria peculiarità nel governo della città e del mondo.
“Fino a quando mi lascerete a questo posto mi opporrò con energia massima a tutti i soprusi dei ricchi e potenti… tutta la vera politica sta qui: difendere il pane e la casa della gran parte del popolo italiano: per far questo bisogna levare dal comando delle leve economiche e finanziarie gli uomini che oggi vi si trovano. Il pane (e quindi il lavoro) è sacro: la casa è sacra: non si toccano impunemente né l’uno né l’altra! Questo non è marxismo: è vangelo! Quando gli italiani "poveri" saranno persuasi di essere finalmente difesi in questi due punti, la libertà sarà sempre assicurata nel nostro paese….” 
Il disegno politico anticipò, secondo alcuni, la stagione dello Stato assistenziale e secondo altri fu “una rivoluzione sempre auspicata ma mai identificata nei suoi traguardi strutturali” . Dirò più avanti il mio pensiero sul punto. Basta per adesso rimarcare un esempio unico di impegno morale e intellettuale per un’azione politica concreta a sostegno dei bisogni essenziali e primari della persona.
D’altra parte l’intuizione sul ruolo delle città è stata frutto di sapienza e straordinaria capacità organizzativa ed ebbe il suo culmine nel convegno dei Sindaci delle Capitali di tutto il mondo svolto in Palazzo Vecchio dal 2 al 5 ottobre 1955.
L’idea era lucida e si basava su una precisa realtà che i “piccoli Macchiavelli della Politica” non potevano vanificare. La Pira aveva un obbiettivo preciso quando chiamò i partecipanti a sottoscrivere una pergamena in cui le “Città Capitali di tutto il mondo si promettevano amicizia e pace”. Non attribuiva ai Sindaci un diritto utopico di guerra e di pace. Non si proponeva una vacua retorica né usava “parole e immagini cui non corrispondeva una solida realtà”. C’era invece in quel atto la percezione di un fatto epocale che il montare del riarmo atomico aveva posto chiaramente in luce. Era oramai chiaro a tutti che “poche bombe all’idrogeno lanciate sopra pochi punti del globo potevano ridurre la terra a deserto” Sicché si poneva una questione che non si era mai posta prima. Un problema con una “precisa impostazione giuridica” che era la seguente: “hanno gli Stati il diritto di distruggere le città?” 
L’intreccio fra razionalismo giuridico e profezia era impressionante in quel quesito che interpretava con fredda consapevolezza i segni dei tempi.
C’era la certezza che lo Stato moderno, all’apice della sua potenza basata sulla bomba atomica, non era più in grado di gestire i problemi assoluti e c’era la comprensione di una realtà che solo la contemplazione e la forza interiore di una personalità unica può avere. 
Non si può parlare di città e di popoli in astratto. 
Fra “la condizione biologica della specie e la sua condizione storica strutturata nella pluralità degli Stati” c’è una terza dimensione come “punto di arrivo e di condensazione della storia.
Si tratta appunto della città anzi delle città”. Tutto ciò emerge da una forte sensibilità giuridica e da forte fede nella intuizione umana integrale, capace di percepire l’assoluto nella propria contingenza storica. Basta rileggere ancora un passo del suo discorso per comprendere questo intreccio inedito.
“Rividi con l’immaginazione la mia dolce, misurata e armoniosa Firenze; rividi, quasi con uno sguardo solo, tutte le belle e storiche città e cittadine toscane e italiane; volsi lo sguardo a tutte le incomparabili città d’Europa; passai con l’immaginazione dalle città d’Europa alle città parimenti preziose di tutti gli altri continenti, e mi domandai inorridito:è mai possibile che questa reale “ricchezza delle nazioni”, che queste essenziali strutture della civiltà umana… possano essere radicalmente eliminate dalla faccia della terra?”
Da qui il ruolo di Firenze nel progetto di unire le città per unire le Nazioni.
“La mia dolce misurata ed armoniosa Firenze, creata assieme dall’uomo e da Dio, per essere città sul monte, luce e consolazione sulla strada degli uomini, non vuole essere uccisa! Questa medesima volontà di vita affermano, con Firenze, in virtù di un mandato conferito al Sindaco di Firenze tutte le città della terra.” 
Forza utopica e realtà si intrecciano ancora ma Firenze aveva, secondo La Pira, altri titoli oltre la sua bellezza per questo compito.
La sua vocazione universale poteva ravvisarsi addirittura già nel convegno del 6 luglio 1439 in Santa Maria del Fiore cha sancì un atto di pace fra la Chiesa di Occidente e d’Oriente e tale vocazione doveva essere utilizzata per aprire un fronte di dialogo che si snodò nei Convegni per la Pace e la civiltà cristiana dal 1952 al 1956 e poi nei Colloqui mediterranei dal 1958 al 1964. Dove ancora Firenze “punto di approdo delle metamorfosi culturali e luogo di origine dell’Europa, figlia del Mediterraneo” doveva essere il lievito e il cemento per unire i popoli.
Il ritorno di La Pira in San Marco.
Che dire di questa vicenda umana e politica straordinaria. Mi limito a qualche osservazione brevissima, sperando di proseguire l’analisi.
C’è in La Pira un rapporto con la politica che risente moltissimo delle presenze dei Grandi fiorentini e Balducci coglie benissimo questo legame. 
Il richiamo ai “nipotini di Machiavelli” tornava nei discorsi del Sindaco “ogni volta che le sue proposte sembravano oltrepassare i confini della ragionevolezza. Era come se, dentro le mura di Palazzo Vecchio, dove avevano vissuto i momenti decisivi del loro destino sia il Savonarola che “il segretario della seconda cancelleria”…, il sindaco si sentisse in obbligo di non lasciarsi catturare dalla classica contrapposizione tra verità ideale e verità effettuale”. Ma c’è di più.
La Pira avverte il pungolo del pensiero politico fatto scienza nella ricerca di quella “verità che anche Machiavelli, proprio perché avvezzo a vedere le cose come sono e non come si vorrebbe che fossero, avrebbe fatta sua .” 
Questo legame e questo freno ha dato un respiro universale alle sue idee e alla sue attività e segna un cammino per il presente. Su almeno tre aspetti su cui vorrei soffermarmi in breve. L’attenzione agli ultimi, la bellezza e l’armonia di Firenze, il ruolo internazionale della città.
Gli ultimi
Ogni riflessione sul ruolo dei sindaci e sullo stato sociale da riformare oggi dovrebbe ripartire dalla lettura del dialogo fra La Pira, don Sturzo, Angelo Costa e indirettamente con Luigi Einaudi. Ciò naturalmente senza pensare che il passato si ripeta ma per cogliere quella linea che sola può guidare l’azione consapevole di oggi. L’accusa di statalismo e di assistenzialismo dovrebbe essere riletta riflettendo su questa “grande polemica”.
Lo scontro fra La Pira e Angelo Costa scoppia nel 1954 in una Firenze inquieta per la grave crisi economica e per una serie di licenziamenti a catena. A. Costa che imputava a La Pira di star perdendo il senso delle proporzioni il Sindaco replica di parlare di cose concrete e di ottenere in risposta “la metafisica economica” di Adamo Smith. E di fronte al pericolo di disgregazione dell’economia produttiva della città tuona: “Libera concorrenza, iniziativa privata, legge della domanda e dell’offerta e così via: in uno Stato come il nostro, nel quale la quasi totalità del sistema finanziario è statale e in cui i ¾ circa del sistema produttivo sono direttamente o indirettamente statali! Me lo dica lei con sincerità: è serio parlare di cose così importanti con tanta disinvoltura? Libera iniziativa: sì di licenziare, di chiudere, di comandare; ma vediamo di andare oltre: come allora ci si ferma rapidamente! Nella polemica interviene di lì a poco Luigi Sturzo, prendendo posizione contro lo statalismo che è “per definizione inabile a gestire una semplice bottega di ciabattino”. La Pira replica con la fotografia di una città in gravissime difficoltà (10.000 disoccupati, 950 licenziamenti, duemila sfratti, 17.000 libretti di povertà, 37.000 persone assistite) e chiede “Che deve fare il Sindaco di una città che si trovi ad avere questa cartella clinica. Ricorda il caso della Pignone: “Se non fossi intervenuto e – non avessi avuto l’adesione intelligente di Mattei - (che acquisì al patrimonio dell’ENI la struttura in crisi) avremo perduto una prezioso attrezzatura industriale che dà diretto lavoro a 2000 famiglie”. “Intervento statalista? Lo chiami come vuole: le etichette contano poco: intervenire si deve, è la norma base di tutta la morale cristiana e umana” . E’ solo il caso di ricordare che la Pignone esiste ancora. 
Questo dialogo credo sia emblematico per riflettere sulle accuse rivolte a La Pira che non hanno senso estrapolate dalla realtà contingente di allora se solo si ha consapevolezza di un dato essenziale. La concorrenza e il mercato sono strumenti per accrescere lo sviluppo e un limite alle aspettative nei confronti dello Stato che deve rimuovere gli ostacoli al potenziamento della persona. Ma concorrenza e regolazione del mercato non sono affatto in contraddizione. Evocano anzi due aspetti dell’intervento pubblico sull’economia. Il loro rapporto mobile e vigile dipende dalle necessità dei tempi e non da astratte formule . Tutto ciò La Pira aveva capito benissimo
Firenze e il Mediterraneo
Pochi altri come lui hanno colto anche l’anima di Firenze “con la disposizione allo stupore” e con la consapevolezza che la “vocazione politica” incontra “entro la cerchia delle mura cittadine” “uno spazio misurato alle sue possibilità” e “una dimensione umana perfettamente comprensibile” . La bellezza della città diviene così un patrimonio fiduciario nelle mani degli amministratori e un parametro di giudizio e di valore per ogni scelta di intervento sui problemi della e sulla sua missione universale determinata “dalla armonia dei valori tradotta per sempre nelle sue pietre” . Le parole acquistano un tono, addirittura, lirico guardando i suoi tetti dal Piazzale Michelangelo:
“è vero o non che essi formano attorno al duplice centro della Cupola di S. Maria del Fiore e della Torre di Palazzo Vecchio, un “tutto” armoniosamente unito, quasi un sistema di proporzioni geometriche che esprimono, come “il sistema stellare”, ordine bellezza, preghiera, riposo e pace?”
Il ruolo del Mediterraneo torna oggi con mutati accenti nell’agenda politica dei grandi e l’iniziativa del Nuovo Presidente francese dovrebbe trovare in Firenze e nelle sue Istituzioni un interlocutore primario. C’è anche qui un preciso segno da cogliere oggi.
Il Mediterraneo è l’area a cui guardare per ricostruire un ruolo internazionale di Firenze come simbolo di una cultura in dialogo con il mondo forte di un’identità costruita nei secoli e diffusa come patrimonio prezioso.
La collocazione della salma di La Pira in San Marco, accanto a Pico della Mirandola, è ancora un simbolo straordinario. C’è in questa vicinanza una continuità di pensiero sul valore e il significato della Dignità della Persona che va valorizzato e attualizzato. 
Pico parlava della Dignità come “percorso attraverso la riforma di sé stesso e la piena espansione della conoscenza” che può seguire una pluralità di strade diverse: un incontro con l’assoluto senza guide precostituite da un dogma, una fede, una cultura. Ciò che conta, secondo la sua riflessione, è l’ascesa grazie ad un modello di vita fondato sulla priorità della contemplazione e della ricerca .
A questo discorso dinamico può contrapporsi in modo positivo la constatazione disincantata del filosofo esistenzialista proteso ad affermare il valore della “fiamma pura della vita” “che basta all’uomo per il solo fatto che sia vissuta, in qualsiasi modo, anche solo nella sua essenzialità e nudità cinica”. 
Lo straniero di Camus sulle spiagge algerine è l’immagine più nitida di questa visione. Il valore dell’esistenza, del vivere e del sentire, integra “la pienezza della soddisfazione purché sensazioni e pulsioni gonfino l’animo”. Così come Sisifo ai piedi della montagna insegna “la fedeltà superiore che nega gli dei e solleva macigni”, esalta la dignità umana di ogni essere quale che sia la sua condizione e afferma come valore pienamente positivo anche la semplice lotta per raggiungere la cima .
La Pira avverte tutte le diversità e i conflitti ma si sente di incarnare l’uomo mediterraneo per una pluralità di motivi. Non solo per il luogo della sua nascita proteso verso il centro di quell’area, non solo per il fatto naturale di trovarsi a casa in ogni città che si affacci o guardi quel mare, ma per un aspetto preciso. L’aver compreso a fondo che il concetto di persona “generalizza i dati a partire dall’esperienza”, segue percorsi e fedi diverse, ma può ritrovarsi in un confronto forte con altre visioni ed altri mondi solo che si professi cultura, innocenza e immediatezza. 
Nella sua visione certo c’è un dato che appartiene al suo modo di essere e di pensare. “Il Mediterraneo avrebbe dovuto abolire tutte le radici conflittuali da quelle economiche a quelle politiche” e “il punto archimedico su cui far leva era la fede nel medesimo Dio”… “volgendo lo schema di Marx, la struttura capace di annullare tutte le cause di divisione era, secondo il Sindaco di Firenze, la componente religiosa della rivelazione divina che trova in Abramo, patriarca dei credenti, la radice soprannaturale comune” .
E’ noto che l’esperienza dei Colloqui mediterranei fu caratterizzata per luci e ombre, per aperture straordinarie e ingenuità altrettanto nette. Resta un messaggio forte. 
L’idea che tale orizzonte, geografico e profetico, appartiene alle radici più autentiche dell’Europa e della sua identità e il messaggio di La Pira può racchiudersi anche in questo caso nelle parole evangeliche più forti e suggestive. 
Da cogliere come segno forte che da San Marco guarda a Firenze a all’arte della Politica che gli appartiene da sempre.
Aspirare ai carismi più grandi ed agire con due tratti precisi: il candore delle colombe e la prudenza dei serpenti.
1) E.Balducci, Giorgio La Pira, ECP, S.Domenico di Fiesole, 1986.

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